Per una papamobile in meno
Ci si era abituati a tutto, negli ultimi cinquant’anni. Dal Papa che si faceva scattare foto con un koala in braccio a quello che, smessi i panni di inflessibile custode della fede, posava con un gigantesco sombrero bianconero sul capo. Ma a un Papa imbottigliato nel traffico, no. La storia sarebbe anche comica, se non fosse vera e se in gioco non ci fosse la sicurezza della massima autorità della cattolicità. L’autista della grigia utilitaria Fiat che sbaglia strada e fa finire il corteo tra autobus parcheggiati in doppia fila, motorini che procedono a zigzag e folle di giovani entusiasti che tentano in ogni modo di infilare un braccio nel finestrino che Bergoglio teneva abbassato.
21 AGO 20

Ci si era abituati a tutto, negli ultimi cinquant’anni. Dal Papa che si faceva scattare foto con un koala in braccio a quello che, smessi i panni di inflessibile custode della fede, posava con un gigantesco sombrero bianconero sul capo. Ma a un Papa imbottigliato nel traffico, no. La storia sarebbe anche comica, se non fosse vera e se in gioco non ci fosse la sicurezza della massima autorità della cattolicità. L’autista della grigia utilitaria Fiat (abbiamo ormai capito che Francesco non gradisce vetri blindati e papamobili) che sbaglia strada e fa finire il corteo – peraltro già ridotto all’osso – tra autobus parcheggiati in doppia fila, motorini che procedono a zigzag e folle di giovani entusiasti che tentano in ogni modo (riuscendoci, in qualche caso) di infilare un braccio nel finestrino che Bergoglio teneva abbassato. Risultato, macchina bloccata e gendarmi pontifici che si guardano attorno terrorizzati, alla ricerca della polizia brasiliana. Solo dopo, quando prudentemente il Papa veniva fatto salire su una jeep parzialmente coperta, spuntavano i motociclisti a fare da scorta. Ma non funziona neanche così, e alla fine è stato necessario evacuare il Pontefice a bordo di un elicottero dell’esercito brasiliano. Padre Federico Lombardi ammette (e non potrebbe fare diversamente) che “qualche errore c’è stato” e che comunque “è stata un’esperienza utile per i prossimi giorni”.
Qualcuno ha fatto notare che sembrava di vedere Paolo VI in Terrasanta nel 1964 farsi largo tra la calca che quasi lo schiacciava. Ma da allora è cambiato tutto, e la cooperazione tra forze dell’ordine locali e Santa Sede è diventata la routine nel caso di viaggi papali – anche se guardando a Rio viene qualche dubbio. Ma con il Pontefice sudamericano che il mercoledì, prima dell’udienza in San Pietro, fa fermare continuamente la jeep per stringere mani, baciare bambini, agguantare rosari e peluche che gli vengono lanciati da dietro le transenne, tutto è cambiato. Francesco soffre i protocolli, non ne vuole sapere di viaggiare sulla papamobile blindata. Troppo distante dalla gente, dice. Ma non è che viaggiando su quel mezzo si è più principi rinascimentali che riesumando dai garage vecchie berline; non è che quei vetri blindati creino un muro impenetrabile tra il vescovo di Roma e il popolo, rapporto talmente caro al gesuita argentino da essere da lui citato la sera dell’elezione. Karol Wojtyla, nel 2000, a Tor Vergata è arrivato a bordo di una papamobile blindata. Ma nessuno, tra il milione di partecipanti, ha sentito il Papa polacco distante e lontano. Ciò che conta è il messaggio, saranno le parole che Francesco a partire da oggi rivolgerà ai poveri, ai malati e ai giovani a eliminare la distanza tra il vescovo e il popolo. Il caos (a rischio incolumità) delle masse non dovrebbe invece rientrare nel messaggio di Francesco. O almeno così vogliamo credere.